"Senza fine..."

 

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On air
"
Forse c'è, forse no

 

 


 lunedì, 25 giugno 2007
 

Questa la scrivo per voi. Voi due.

Voi, che non mi siete appartenuti, ma che avete posseduto me.

Sono una monetina. Una di quelle che ti ritrovi in tasca per caso. Che dopo un girovagare di mondo è capitata nelle vostre mani, perché dalla vita non volevate nulla, ma la vita concede sempre un resto. Io son stata una millesima parte di quel resto. Non prendetevela con me se è stato il resto sbagliato. Sono solo una monetina. Di poco valore. Di quelle che potresti conservare per sempre senza mai spendere perché alla fine una monetina nel cassetto fa sempre comodo, nella tasca fa peso, annulla il senso di vuoto.

Sono una giornata rubata al tempo. Lo avete trovato. Per me. Poco, pochissimo tempo, ma lo avete trovato e dedicato a me. Facendolo sorridere, facendolo ansimare, facendolo finire. Perché il tempo poi giunge sempre alla fine.

Voi. Che non potrò dimenticare dopo tutti i pensieri che ho concentrato sulle nostre vite, sulle nostre notti, sui nostri desideri.

Voi. Che vivete così. In silenzio. Dopo che forse io vi ho messi in silenzio nella mia testa, nella mia pancia, nel mio cuore. Tutte quelle farfalle nello stomaco, tutti quei battiti, tutte quelle pecorelle da contare per prendere sonno, tutte le lacrime erano forse troppo da tenere liberi dentro, liberi di decidere cosa fosse meglio per me, di influenzare le mie scelte. Ho dovuto rinchiudere tutto in una scatolina di mary poppins. Una bella grande, ma ben chiusa, perché non potesse più farmi niente. Perché non potesse più far altro che esistere, ma in silenzio, lontano, lontanissimo da me.

Akira. Hai lasciato su questo blog una traccia. L'altro giorno ci son capitata per caso. Ho sorriso. Come ho sorriso quando giorni fa ti ho chiamato dall'aeroporto di Napoli. Non mi dispiace essere aggiornata su di te. Su quello che fai. Non mi dispiace per niente ascoltare quella voce un po' rauca. Tanto lontana da sembrare vissuta. Un po' troppo vissuta. Hai dentro di te un'ombra. Ti ho sempre immaginato così. Un po' scuro dentro, almeno quanto i tuoi baffi (quando li hai). Un po' troppo grande per me. Un po' troppo fuori dalle mie righe. Fu per questo che ti definii la mia vertigine. Tu mi facevi paura e al tempo stesso ero da te così attratta da dover andar fino in fondo. Fino a quei dì di febbraio. Quando ti avuto per me nella mia Napoli. Quando ho capito che non avrei mai potuto avere niente altro che quello. Un po' di compagnia. Perché non volevi nessuno che avesse bisogno di te. Ora capisco il senso delle tue parole. Ora che non mi fanno più male. le capisco in pieno. Le storie non si costruiscono sul senso di bisogno dell'altro. farò in modo da non perderti mai. Perché se perdessi te, perderei quel pezzettino di anima e carne che persi quella notte con te a Bologna.

Mou. Scrivendo questo post mi faccio forza mangiando biscottini con nutella. Bella scusa mi dirai. Ma da un po' di tempo a questa parte ho lasciato perdere dieta e tutto il resto. Mi concentro su cose più importanti che non siano la forma, ma il contenuto delle cose. Sto bene. Sono davvero in forma. Mi è passata quella stanchezza dei mesi scorsi. Mi è passata la tristezza. La ricerca della solitudine. Mi è passato tutto. Sono guarita. Guarita da me stessa. Perché sono una gran pasticciona nelle mie cose. So far danni con una meticolosità incredibile. Ti leggo, sai. Ti leggo praticamente sempre. In quelle parole fatte per sorridere e per divertirsi. Ti leggo ora molto meglio, senza soffrire quando non ci trovo parole normali fatte per una monetina normale come me. Ora lo capisco che in quel tuo mondo c'è solo spazio per tutti, ma non per i rapporti speciali, come quello che abbiamo avuto tu ed io. Ora lo capisco che eravamo un po' tanto differenti, che sarebbe stato bello, ma non tutto può andare come vogliamo. Ora capisco anche che quello che ti chiedevo era troppo poco. Che una monetina come me merita un po' tanto. Che non mi piacerà perderti, ma se accadrà conserverò tutto in quel boschetto magico che nessuno troverà mai, in quella casa sull'albero che nessuno abiterà mai, in questo cuore a goccia che ha provato anche ad amarti. E che è riuscito a volerti un bene così tanto forte da fare male.

Vi lascio racchiusi amori miei. Vi lascio tutto il posto di cui avete bisogno. Vi lascio liberi nelle vostre vite, lontane dalla mia. Perché forse solo così potevamo sorridere.

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 sabato, 23 giugno 2007
  Domanda da un milione di dollari.
Chi è costui?


Indizio. E' un attore.



Qui senza pizzetto, ma con barba incolta.

Sembrerebbe anche un tantino figo.

Poi però subisce un incidente in un laboratorio di genetica e diviene un OGM.



Ecco a voi BRUNO, un gay austriaco fashion.
Diciamo un Vj austriaco.

L'attuale stato del tipo però non è stabile.



Chi di voi infatti non ha visto questo splendido esemplare di ALI G ai music awards di qualche anno fa?
Il nostro attore non ha voglia di restar impagliato in volti che non gli si confanno.
Decide quindi di aggiornarsi il look.
Passando per uno stadio intermedio.


Si, amici.
Quest'uomo, altri non è che Sacha Baron Cohen.


E chi cazo è mi direte voi.

Può esser solo lui. L'unico e solo.



BORAT

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 mercoledì, 20 giugno 2007
 

Gli anni del liceo dicono non si dimenticano più. Forse è vero. Perché 5 anni sono lunghi e ci sono tante nuove esperienze. I miei 5 anni non sono stati così. O forse si. E' che io mi sentivo troppo grande per il liceo o troppo piccola. Ancora non saprei dirvelo. Fatto sta che mi sentivo proprio un'aliena lì dentro. In quella scuola celeste con il fossato intorno per non poter fuggire dalle finestre. Almeno lì le grate alle finestre come alle medie non ce le avevo. Potevo guardar fuori senza che tutto fosse suddiviso in quadratini. Sono stati 5 anni lunghi. Lunghissimi. E ogni volta che l'estate arrivava in qualche modo mi sentivo un po' vuota dentro. A me piaceva studiare. Piaceva il liceo.

Ero definibile senza dubbio come la secchiona della classe. Ma non di quelle antipatiche. Perché io piuttosto proprio non volevo avere niente a che fare con la gente. Ero una secchia apatica e aliena. Una che non amava uscire in bagno o a perder tempo, una che era capace di star tutte e 6 le ore seduta (ho fatto un liceo sperimentale con tantissime materie di contorno, tra cui tre lingue straniere, diritto, economia, musica e informatica), salvo alzarsi per le frequentissime interrogazioni. Perché si, anche se mi piaceva di tanto in tanto essere interrogata, pur se facevo squadra con le restanti 15 ragazze della mia classe nella giustificazione generale mi si imponeva di alzarmi e farmi interrogare, altrimenti avrei preso 2. Io non lo so perché la prof di italiano, latino, storia e geografia mi faceva quello. Forse per farmi odiare un pochino di più di quel che già ero, o forse per dare esempio che quando si studia, beh, ti puoi presentare all'interrogazione in qualsiasi momento. Io non lo so. So solo che alla fine le ragazze mi chiamavano gigliottina, ovvero la pupilla della ribattezzata adolfRina (Gigliotti)Hitler.

Io me lo ricordo che certe volte andavo senza aver studiato (quelle 3-4 volte l'anno) e c'era in me quel senso di pericolo di essere interrogata e far brutta figura che mi faceva salir l'adrenalina a mille. oggi chiamiamo: Alfieri, DiFinizio, Esposito e... (il mio cuore tramortito da una tempesta di emozioni) Maglione. Fiùùùù. Per oggi l'ho scampata. Altre volte invece venivo beccata proprio io. E mi alzavo, pallidissima, come se mi avessero condannato a morte. E alla fine scoprivo che potevo campare di rendita su quello che avevo già studiato. Però la paura delle interrogazioni non mi passò mai. Ce l'ho tuttora quando vado a far gli esami. Tremo tutta. Mi sudano le mani. Divento bianca peggio della neve. Darei un castello in cambio di un bel bicchierone d'acqua gelata a raffreddarmi cervello e sangue. Io la calma non la so mantenere. Non se devono esaminarmi su qualcosa.

Gli anni del liceo li ricordo poco volentieri, a parte quelle poche volte in cui mi animai (tipoquando iniziai l'occupazione scavalcando una finestra e facendo entrare uno alla volta tutti i miei compagni, o quando partecipai a una recita scolastica nei panni di un cantastorie vestita di calxe rosse, una mini a pois rossi e una camicetta con le maniche a sbuffi e per finire un cappello da giullare con la quaglia in cima, il tutto condito dalla mia interpretazione in inglese) per avere poi dei bei ricordi da tirare fuori quando un domani sarei diventata mamma. Io volevo che i miei futuri figli potessero prendere esempio da me, che anche se non ho compiuto gesta eroiche mi son divertita e al contempo ho fatto il mio dovere.

Di tutti forse è l'ultimo anno che ricordo meglio. Anche se meno volentieri degli altri, perché finita la maturità non mi son salutata con nessuna delle amiche che per 5 anni venivano a trovarmi a casa ogni giorno e si fermavano a fumare con mio fratello mentre io finivo di fare la versione, i compiti di italiano, francese o inglese. E poi passavano nella mia stanza a copiarseli e mi salutavano. Amiche. beh, diciamno anche solo stronze. o forse la stronza ero io. Perché avrei potuto impostare la cosa in modo ben differente, ma a me non costava, a me importava di aver fatto il mio dovere e piacere. Si, perché a me piaceva fare cose nelle quali riuscivo, e io a studiare ci son sempre riuscita benissimo, salvo le volte in cui la mia vita attraversa periodi un po' burrascosi e allora qualche distrazione me la concedo anche io.

Mi rendo conto che la mia vita al liceo l'ho vissuta al 5%. Che cazzo. Non mi son trovata nemmeno un ragazzo in quei 5 anni di liceo. Ne ho avuto uno soltanto. Più grande ed esterno al liceo, esterno proprio alla mia città. E il massimo a cui sono arrivata è stato baciarlo con la lingua. Niente altro. Salvo dire che non era nemmeno il mio ragazzo, ma quello di un'altra. E ci vedevamo quando faceva piacere a lui. Insomma, quando gli prendeva un po' di prurito alle mani, che ne so. Gli ho dedicato 4 anni. Una storia nascosta. Una che preferisco non ricordare. Una che preferisco cancellare. Anche se non lo farò mai. Perché non mi piace dimenticare.

Nel secondo semestre del secondo anno approdai ai famosissimi 18 anni, e iniziai a giustificarmi le assenza da sola. bel traguardo eh? Che negli anni precedenti non ho mai nemmeno bigiato la scuola. Che quando non avevo voglia di andare a scuola, bastava che lo dicessi a mia madre. Mamma, oggi non ci vado. E mia mamma: perché? perché non ne ho voglia, perché sono stanca, perché non ho studiato. E mia mamma mi lasciava dormire. Perché sapeva che l'indomani avrei poi fatto il mio dovere. Dovere. E' stato il dovere a farmi schematizzare tutta la mia vita. Io l'ho vissuta secondo schemi e mi è sempre andata bene. Quindi non cambio di certo ora. Schemi che mi hanno portato al 100 della maturità.

Si. Io ebbi 100 e non era un 100 sicuro, perché i voti al liceo classico non son sempre altissimi. Ma io lo ebbi. Quel 100 su un pezzo di carta. Mi ci pulisco il culo ora del voto. Ma di tutto quello che ho imparato, di tutto quello che vissuto e mi ci son riempita la testa beh no, io non lo getto. Io me lo conservo. bellissimo e da secchioni, così com'è.

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 lunedì, 18 giugno 2007
 

Parliamone.

Parliamo del fatto che è la mia prima esperienza di convivenza.

E cosa assurda mi piace, perché lo trovo naturale.

Che il solo tornare nello studentato dove ho la mia stanza per un paio d'ore al giorno mi sembra quasi una violenza.

Che mi piace avere le sue chiavi di casa e poter usare tutto ciò che è suo.

Perché dopo aver trascorso la prima notte insieme lui mi ha detto: ciò che è mio è tuo e io son rimasta sbigottita per la semplicità con cui ha affermato questa cosa, e io sinceramente ancora non mi sento di abbattere quel senso di possesso che è viscerale da che ne ho memoria, anche se il mio corpo è suo, il mio cuore è suo, restano mie la mente e l'anima.

Parliamo del fatto che ancora mi prepara la colazione e che ormai son tre mesi da quella sera che per la prima volta avemmo l'occasione di sederci accanto in un pub con amici e parlammo così liberamente di tutto che mi venne naturale dargli il mio numero di cellulare che lui usò la notte stessa. 2 mesi e mezzo da quando abbiamo iniziato questa storia. 2 mesi e mezzo in cui non ci siam mai divisi, non abbiamo mai litigato, non abbiamo mai avuto voglia di scappare. lo so. 2 mesi e mezzo non sono niente, ma per me sono tutto. Perché quando lo osservo e mi dico " quanto mi piace" e non solo dal punto di vista fisico, ho un'unica paura. Che tornando in Italia tutto questo subirà cambiamenti. Mi starà stretto il ritorno in famiglia. Mi starà stretto non dormire con lui, con le sue magliette indosso, fare pranzo in balcone con la sua felpa che mi protegge dal fresco clima bonnese, mi starà stretto non poter cucinare insieme, fare a gara a chi per primo lava i piatti, vederlo mentre si doccia, fare la doccia insieme, vederci un film su quel vecchio divano con il plaid verde che mi cinge quando ho freddo. Addormentarmi mentre lui guarda il film, e russare nelle sue orecchie a causa del mio raffreddore allergico primaverile. Mi starà stretto un po' tutto. Mi starà largo solo il tempo, che mi sembrerà non passare mai. Il suo ritorno lontano. I miei corsi all'università. Che ora che si torna è un anno importante. E' il sesto. L'ultimo. E ora il centroItalia è uno dei candidati per la specializzazione. Ancora di più, più di prima. Perché io il mio futuro me lo immagino non più da sola come facevo un tempo. Ma con qualcuno; e quel qualcuno vorrei tanto fosse lui.

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 lunedì, 11 giugno 2007
 

Battiti.

Questi giorni sono stati scanditi da battiti.

Ritmi confusi. Lenti. Accelerati.

Ritmi sinusali. Ritmi fibrillatori.

Battiti.

Nel sonno agitati da strani sogni.

Di giorno calmierati da sorrisi e sole.

 

1 battito.

L’ho visto. In un torace aperto. Rosso violaceo, ricoperto di grasso.

Batteva. Vivo. Batteva senza sapere nulla. Ignorante. Batteva.

Poi non più. Asistolia. Perché doveva fermarsi. Perché doveva essere curato.

Poi ha ripreso indotto da un defibrillatore interno. Come se nulla fosse. Batteva. Forte.

 

2 battiti.

L’ho sentito. In volo. Mano nella mano con lui.

Lo portavo nella mia Napoli.

Lo portavo nella mia vita. Nella mia casa. Nella mia famiglia.

Lui l’ha vista. Di notte. Mangiando la pizza. Passeggiando con me.

Lui ha sentito il mio cuore battere. Per lui e per Napoli.

 

3 battiti.

Non è una pallina. Ne sono due. Una a destra e una a sinistra.

Così mi ha detto stamane il radiologo facendomi l’eco al seno.

Le ho viste. E ho sentito accelerare i battiti. Fibroadenomi. Hanno iniziato a riposare. I battiti. E io devo restare in vigile attesa. Ma tranquilla. Sono benigni.

 

4 battiti

Napoli in serie A.

La mia città gioisce incosciente dello sfacelo che la circonda.

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 lunedì, 04 giugno 2007
 

Ho un forte mal di testa.

Credo che spegnerò il mondo per un po'.

Qualche ora almeno.

Un giorno.

Due giorni.

Forse anche una notte.

Vorrei dormire.

Sussurratemi una ninna nanna.

p.s. Forse è per questo che mi chiamano angelito.

E non specifico il questo.

 

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